Dalle Marche alla Siria, gli aiuti senza confini di Porto Recanati solidale

Città: PORTO RECANATI (Mc) - Martedì, 04 Febbraio 2020 Scritto da

La odv marchigiana è appena tornata da una missione dal campo di Kilis, sul confine fra Turchia e Siria dove opera da tre anni. Nata nel 2016 per portare aiuto alle comunità colpite dal sisma e con attivo un centinaio di missioni nel cratere, l’associazione è attiva anche per l’aiuto dei migranti sulla Rotta Balcanica e su quella greca. Qui, le testimonianze dei volontari.

PORTO RECANATI (Mc) - Medicinali, vesti, beni di prima necessità. La odv marchigiana Porto Recanati solidale è attiva dal 2016 con numerose azioni, per le comunità del cratere sismico le comunità internazionali. I suoi volontari sono appena tornati dal confine turco – siriano, per portare un carico di aiuti umanitari ai profughi del campo di Kilis, a un chilometro dalla Siria. In questo articolo vi riportiamo i post della pagina dell’associazione, che testimoniano il viaggio e i suoi esiti.

Porto Recanati solidale nasce nel 2016 dopo il terremoto con epicentro ad Amatrice. Da allora, sono state un centinaio le missioni svolte in soccorso di sfollati e terremotati in tutta l’area del cratere. Non solo, la associazione strada facendo si è resa attiva per la solidarietà di popolazioni all’etero, con numerose spedizioni di aiuti umanitari, o consegne in prima persona, nelle zone di crisi e di confine. Missioni sono state organizzate per i migranti e i profughi in Grecia, in Turchia e anche in Bosnia ed Erzegovina, altre sono in via di programmazione. Vi riportiamo anzi una seconda testimonianza da Bhiaic, con foto nella gallery e i testi che raccontano la missione per i migranti lungo la rotta balcanica, con gli interventi nelle baraccopoli e nei capi profughi nei pressi di Bihac, dove il gruppo di Porto Recanati solidale nel 2019 si è recata due volte. Una nuova e grande riprova di quanto il volontariato marchigiano sia attento e solidale!

 

Nel campo profughi di Kilis, al confine turco siriano. 

23 gennaio

"Si parte, siamo all'aeroporto di Bologna con un carico di aiuti da portare nelle martoriate zone del confine turco siriano dove centinaia di bambini indifesi, rei di essere profughi di una guerra che non potranno mai capire, vivono in condizioni di indigenza.

Viaggiamo con borsoni pieni di calore. Il calore di voi che ci sostenete e rendete queste nostre missioni possibili.
Abbiamo con noi tanti giocattoli. Perché se un maglione di lana, in quelle zone, ha una importanza vitale, nello stesso tempo un piccolo giocattolo regala quella felicità che in quei luoghi non ha mai trovato dimora.
Regaleremo qualche sorriso, insomma. E molti abbracci.
Saranno giornate intense. Di emozioni, di cuori infranti, di speranza, di positività. Perché questo vorremmo comunque portare.

Come al solito vi renderemo conto del nostro operato e delle consegne che effettueremo.
Voi, pertanto, continuate a seguirci come avete sempre fatto fino ad ora.
Noi, porteremo la vostra generosità in quei luoghi.

Un grazie a tutti."

*

24 gennaio Porto Recanati solidale bambina con maglione

"Chi ci ha seguito sulla nostra pagina Facebook può ricordare della signora che ci aveva regalato quei stupendi coloratissimi maglioni e giacche fatte ad uncinetto che hanno inondato i nostri e

vostri cuori di calore.

Bene, come vi avevamo detto noi siamo portatori sani della vostra generosità.

E non potevamo non mostrarvi come il prodotto finito sia giunto a destinazione e indossato con infinita classe da una delle nostre meravigliose bambine..."

 

*

27 gennaio

Kilis: il ritorno a casa. Cronaca di un viaggio umanitario.

"Cosa avete fatto a Kilis?

Questa è la domanda che ci viene rivolta ad ogni missione che facciamo con quella destinazione.

Cosa abbiamo fatto ?

Cosa dire, andare a Kilis è un viaggio introspettivo e ogni volta si parte con un forte spirito di solidarietà. Quei bagagli preparati a più mani i giorni prima della partenza, i vestiti, i giochi, le scarpe riposte con amore e attenzione nei valigioni e tutto quello che riusciamo a sistemare nel rispetto dei kg disponibili, ci rende fieri e felici.

Poi si arriva a Kilis, si divide tutto e si preparano i sacchetti da distribuire, i pacchi alimentari, il carbone, i peluches, le macchinine, i colori e si va.

Al primo garage, trasformato dai profughi in modesta dimora, ci facciamo riconoscere e la serranda magicamente si apre.

Li ti accorgi che tutto quel bagaglio, quei beni preparati con cura, quei puntigliosi preparativi che si antepongono al viaggio, non ti hanno preparato affatto. Ti avvicini ed arriva il primo abbraccio, forte, tenace, sincero, e poi il secondo e poi un sorriso ed una mano che si apre a prendere la tua. E da lì sguardi, sorrisi e abbracci saranno il filo conduttore di ogni incontro. E tu non penserai ad altro. SI, scaricherai i beni necessari ma aspetterai come acqua nel deserto quel contatto umano che solo i bambini ti sanno dare.

Kilis ti stravolge l'anima. Se chiudi gli occhi ne senti gli odori, il vociare chiassoso dei bambini che gridano "Mimmo" (la nostra guida) come se quell'arrivo preludesse ad un giorno di festa, e la festa è sicura perché anche il più piccolo dono è ricevuto con un sospiro profondo come fosse il più bel dono del mondo.

A Kilis ci si saluta toccandosi il cuore, e guardandosi negli occhi e gli abbracci ricordano il valore che avevano un tempo anche per noi. Abbiamo consegnato pacchi alimentari da parte dei sostenitori e qualcuno da parte nostra, con il nostro contributo specifico dei pannoloni, dei sacchetti di arance ad ogni famiglia, del cioccolato da spalmare e del pane. Abbiamo coperto il fabbisogno di carbone per un mese delle famiglie sostenute. E poi si, ci siamo anche lasciati travolgere.

Ora si torna a casa ed alla domanda cosa avete fatto a Kilis c'è solo una risposta "abbiamo amato".

Grazie a tutti quelli che ci hanno aiutato a fare questo, a time4life (www.time4life.it), agli amici della "Enoteca Parnanza" e dei ragazzi del '68 che con le due rispettive tombolate a scopo benefico hanno deciso di devolverci il denaro raccolto.

Grazie a chi ci vorrà aiutare ancora, a chi con la propria generosità rende tutto questo possibile sostenendoci e riponendo in noi una fiducia della quale non smetteremo mai di fare tesoro.

Noi continueremo imperterriti in questa opera di umanità, di calore, di bellezza dell'animo.

Con il cuore di quei bimbi che batte allo stesso ritmo del nostro.

Come sempre noi, ci siamo."

 

Viaggio in Bosnia, sul confine con la Croazia.
La missione per i campi profughi e le tendopoli nei pressi di Bihac.

Agosto 2019

"Siamo partiti lunedì mattina carichi di aiuti quanto di voglia di fare. Il tragitto è stato un po' l'immagine di quanto andavamo a fare, strada dritta, tre corsie, servizi e autogrill uno via l'altro. Più ci avvicinavamo alla città di destinazione più le strade si stringevano ed il nulla diventava la costante di quanto vedevamo dai finestrini. A metà strada si sono aggiunte a noi le ragazze di MAM, altra associazione che ha condiviso la nostra esperienza.  Presentazioni, sorrisi e quel "viaggiare insieme ci fa sentire più forti" anche se forti non siamo, perché presto capiremo quello cui stiamo andando incontro. 14 ore di viaggio, una frontiera ostica da affrontare, la percezione, evidente, di non essere molto graditi con il nostro carico di aiuti. Arriviamo, sfiniti, a tarda sera. Abbiamo nuove amicizie importanti ed il cuore in subbuglio per quanto andremo a fare. Martedì mattina si va, prima alla croce rossa internazionale per un permesso di accesso in una zona ristretta che non arriverà mai, poi l’incontro con Diego, un colibrì capelluto che sorride e ci apre la strada per il campo di Velika Kladusa. Arriviamo pensando di essere pronti, di avere già l'esperienza necessaria ma capiamo che non ci sono palestre per l'anima. Il campo è un cazzotto nello stomaco dato a tradimento. A noi manca il fiato e arrivano giovani ragazzi, troppo giovani ai nostri occhi, a darci dei sacchetti dell'immondizia da distribuire e ci chiedono di dare una mano a pulire il campo. Qualche tenda appena decente e poi tante tende arrangiate con teli di plastica nera e paletti improvvisati. Misere coperture per esseri umani disperati alla ricerca di una vita migliore. La pervadente sensazione di sentirsi inutili al cospetto della grandezza di un dramma umano evidente. Come dei piccoli portatori di speranze che resteranno vane. Puliamo un po', cerchiamo di capire ciò che è incomprensibile e umanamente inaccettabile. Come si può comprendere che un uomo, una donna, un bambino, possano essere seppelliti all'aperto in mezzo al fango, alla polvere o al freddo che arriverà. Meno 25 gradi in pieno inverno, ci dicono e noi la sera ad 11 gradi mettevamo le nostre felpe per non sentire freddo. Torniamo al camper per andare a scaricare e ci fermano chiedendoci perché non c'è acqua, la doccia, due per 400 persone, si fa una volta ogni tre giorni ma oggi sembra non funzionare nulla. Ci scambiano per medici e ci portano un bambino con punture d'insetti sulle gambe e ci chiedono di medicarle. Quando noi non riusciamo neanche a toglierci dalla testa il frastuono della miseria vista. Ci fermano ancora e devi far finta di non capire, devi fare come quando a tuo figlio dici: "Le caramelle le compriamo domani" e loro non hanno neanche il domani. Ci spostiamo, scarichiamo nei magazzini di una delle associazioni che distribuiscono i beni nei campi. Ripartiamo da lì con un carico ancor più pesante di quanto lasciato, il pensiero di dove sia finita l'umanità. Il mattino seguente lasciamo un po' di cose alla croce rossa e, mentre il gruppo di Milano va a Bihac a visitare il campo locale dopo aver aspettato permessi e blocchi, noi ripartiamo. Non possiamo tardare troppo per rispettare una tabella di viaggio che tenga conto delle nostre esigenze. Il nostro impegno più grande è quello che prendiamo con questi profughi lontani da tutto, queste anime sospese: l'impegno di tornare. Grazie alla vostra generosità abbiamo portato tantissimo, medicinali, kit igienici, coperte, tende, sacchi a pelo, scarpe, asciugamani. Una goccia in un oceano di disperazione che abbiamo potuto garantire grazie al buon cuore di tutti voi che ci avete aiutato. Da ora si parte subito a lavorare per il prossimo viaggio perché quanto visto in quei luoghi non può lasciarci indifferenti. Dobbiamo informare e fare quanto possibile. Noi, come sempre ci siamo."

 

Febbraio 2019

"Ci siamo presi un po' di tempo per far sedimentare pensieri ed emozioni. Siamo partiti in sei, giovedì 14 febbraio con un furgone carico di materiale ed emozioni. Ci aspettavano 800 km di scambio d'idee, di chiacchiere serie e di pensieri leggeri, ma via via che ci avvicinavamo al confine Bosniaco il silenzio diventava sempre più protagonista del nostro viaggio. Due di noi, Michele e Giampiero, già conoscevano un po' di quello che avrebbero nuovamente visto; gli altri solo i racconti sentiti strada facendo. La sera all'imbrunire abbiamo passato il confine, un salto temporale dai giorni nostri ad un Italia di quaranta anni fa. Appena scesi nel luogo dove aspettavamo il primo dei nostri contatti già si percepiva un’aria diversa, l'odore di una città che ancora deve veder rimarginate le ferite di una guerra che l'ha scossa nel profondo. E che nello stesso tempo accoglie volente o nolente una moltitudine di migranti rimasti nella morsa formata dai paesi dai quali sono scappati (miseria, violenza, guerra, paura, fame sono i nomi che hanno scritto sui loro zaini, per chi li ha) ed il confine che li respinge. Alcuni ragazzi si sono avvicinati e con un inglese stentato ci hanno chiesto qualche spicciolo per mangiare, una sigaretta o qualcosa per coprirsi. Quei primi sguardi li abbiamo ritrovati ad ogni angolo, ad ogni strada che abbiamo percorso nei giorni successivi. Preso contatto con i ragazzi che ci stavano aspettando abbiamo scaricato un po' di cose e ci siamo dati appuntamento al mattino successivo. Al risveglio ci ha accolto il freddo, siamo qui per aiutare e quindi ci muoviamo, sistemiamo il magazzino, dividiamo le cose in modo che siano più facilmente accessibili a chi resterà lì per la distribuzione, smontiamo una casetta di legno che verrà rimontata nei giorni successivi in altro luogo, due di noi Federico e Michele, vanno in mensa a dare una mano a lavare i piatti, facciamo quello che ci dicono, ascoltiamo racconti, memorizziamo quanto ci capita di vedere, ci informiamo per farci una nostra idea e soprattutto per capire quale sarà l'aiuto migliore da poter dare in futuro. Proviamo ad entrare al Miral, un campo profughi che consta di 800 presenze e che è gestito da IOM, un’associazione europea. Arriva una ragazza che parla italiano e ci dice di provare ad aspettare, che forse arriverà il responsabile del campo. Proviamo a scrivere una mail per ottenere i permessi di accesso. Ma questa nostra iniziativa non ci porta al traguardo sperato. Li fuori assistiamo all'andirivieni di ragazzi che hanno il permesso di entrare e di altri che provano nonostante non siano in possesso di quello stesso permesso. Ovviamente questi ultimi vengono respinti. Un ragazzo reclama dicendo che sono tre giorni che non mangia e che non dorme. Vorrebbe recarsi a Bihac, circa 80 km da dove siamo noi. Una destinazione troppo lontana per chi può muoversi solo a piedi. Probabilmente resterà ancora una notte in mezzo al bosco, meno 3 gradi e stomaco vuoto e noi siamo lì, inerti, ad ascoltare ed assorbire un po' del suo dolore e della sua disperazione. Arriva la sera e ci ritroviamo a cena, riusciamo a scherzare tra noi ma gli sguardi sono quelli di chi si sta interrogando su quanto visto, filtriamo le notizie e le immagini ognuno attraverso i propri pensieri le proprie esperienze. Il giorno successivo ancora smistamento indumenti, lavaggio piatti e successiva partenza per Bihac. Abbiamo appuntamento con una ragazza di un'altra associazione alla quale lasceremo una parte del carico e dalla quale apprendiamo le ultime novità di quello che in quei luoghi sta accadendo. In questa città ci sono due campi profughi dove moltissime famiglie trovano ristoro. Si parla di qualche migliaio di profughi provenienti da quella che si chiama rotta balcanica, argomento di cui sapremo di più una volta tornati ascoltando il racconto di Diego ed Anna che su questo hanno scritto un libro (lungo la rotta balcanica). Salutiamo e torniamo in hotel. Domenica mattina siamo di nuovo in strada, si torna a casa, ancora dei confini da passare. Per noi bastano le nostre carte d'identità, ancora controlli, ancora km ed in serata arrivo a Porto Recanati. Già, noi una casa l’abbiamo, quella casa che invece le persone che abbiamo visto al di là del confine stanno cercando e che probabilmente non troveranno mai. Abbiamo consegnato tutto il nostro carico, abbiamo dato una mano a fare piccole cose ed abbiamo sondato il terreno per valutare cosa fare di utile in futuro. Abbiamo imparato parole come "game" (il tentativo di passare il confine) ed abbiamo capito quale enorme rischio corrono quelli che si avventurano in questo "gioco". Abbiamo imparato a dire "border" per indicare il confine e “squatter” per indicare quelli che non sono neanche riconosciuti come migranti e quindi non possono entrare nei campi dove una scatola di sardine, una fetta di pane ed una minestra di patate è il pasto quotidiano minimo garantito. Abbiamo capito che eravamo al cospetto di un flusso inarrestabile e che la tensione cresce di ora in ora e che queste anime perse non hanno un futuro. E' frustrante aspettare il tramonto dall'alba e l'alba dal tramonto, senza una speranza, senza futuro, in attesa solo di continuare a fare il tuo "game" con qualcuno che ad ogni tuo passo avanti sposta l'arrivo un po' più in là. Un gioco (game, che brutto appellativo...) dove il premio è una vita migliore e dove per avere successo devi mettere in gioco la tua stessa vita. E dove il tuo essere viene quotidianamente annientato dal tempo che scorre senza una speranza di una luce che possa illuminare il tuo futuro. Ci chiediamo cosa possiamo fare per alleviare tanta disperazione. Probabilmente poco, ma ci stiamo lavorando perché sappiamo che anche il più piccolo aiuto ha un valore inestimabile. Dare una speranza, dare una condizione di vita migliore a questi che sono poco più di fantasmi, persone a cui è stato tolto anche il futuro è un’utopia? Spesso ci rendiamo conto di poter solo portare una goccia dove servirebbe un oceano. Ma davanti a tanta disperazione non possiamo rimanere inerti e con le mani in mano.

Noi come sempre ci siamo!
Con il vostro calore e il vostro aiuto."

 

Porto Recanati Solidale O.D.V.
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Tel. 3806510935

 I testi delle testiminanze sono stati ripresi o riadattati dalla pagina Facebook dell'associazione

Ultima modifica il Mercoledì, 05 Febbraio 2020 11:42

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