“Che gioia vedere i ‘lupetti’ crescere con i valori scout!”


Quando è entrato nel gruppo Cngei San Benedetto del Tronto 1, Matteo Silecchia era un bambino. Oggi, a 26 anni, è diventato capo branco. Matteo è il protagonista di questa puntata del podcast e del blog.
“Una volta scout, sempre scout”. Un motto che Matteo Silecchia ha fatto suo. Ventisei anni, di San Benedetto del Tronto, laureato in Matematica e l’obiettivo di diventare insegnante, fin da piccolo, il giovane fa parte della sezione sambenedettese del Cngei, il Corpo nazionale giovani esploratori ed esploratrici italiani, dove ora ricopre il ruolo di capo branco.

Da lupetto a capo branco, cosa ti ha convinto a proseguire la tua esperienza negli scout?
Per rispondere, prendo in prestito le parole di Lord Baden-Powell (fondatore dello scoutismo, ndr): “Il vero modo di essere felici è quello di dare la felicità agli altri”. Una volta sperimentate in prima persona l’importanza e la bellezza di vivere determinate esperienze, è stato naturale volerle far vivere a più ragazzi possibile. Anche l’aspetto valoriale, questa dimensione di fratellanza a livello mondiale, è qualcosa di molto bello. Ci si sente parte di una grande famiglia.
Spesso chi fa volontariato dice di ricevere più di quello che dà. Vale anche per te?
Assolutamente sì, altrimenti non sarebbe sostenibile. Fare volontariato significa prendere il proprio tempo libero e talvolta anche le proprie risorse economiche e metterli a disposizione degli altri e certe volte può essere davvero faticoso. Il tempo che in questo periodo sto dedicando allo scoutismo è tanto e se riesco a farlo è perché mi dà davvero molto. Vedere gli occhi dei ragazzi che brillano alla fine di un’attività è una soddisfazione immensa. Come vedere ragazzini che ricordavi alti la metà di te e che adesso ti superano di un paio di spanne essere diventanti autonomi e indipendenti.

Vent’anni di scoutismo, c’è un ricordo a cui sei più legato?
I ricordi sono davvero tanti. Ne condivido tre: uno di quando ero alla fine del mio percorso da educando, uno di qualche anno fa e uno molto recente. Nel primo avevo 17 anni e, durante un campo estivo, siamo andati a dare una mano al campo dei lupetti. È stato lì che mi sono “innamorato” di loro. Vedere la gioia con cui vivono le piccole cose mi ha toccato nel profondo. Il secondo ricordo è del 2023 quando, durante un evento per scout adulti, tutti insieme abbiamo cantato una canzone scritta proprio per quell’occasione. È stato da pelle d’oca. L’ultimo ricordo è il più recente. Da capobranco, sentire le mamme dei lupetti raccontare l’entusiasmo con cui i figli partecipano ai nostri incontri, oppure vedere il lupetto un po’ più timido o che fa un po’ lo scontroso arrivare con dei fiorellini è fantastico. Penso che lo scoutismo sia un mondo eccezionale, tanto che si dice: una volta scout, sempre scout.
Che ti ha insegnato finora questa esperienza?
La felicità. Se il vero modo per essere felici è rendere felici gli altri, io so come esserlo. Poi, l’indipendenza, l’autonomia e l’adattabilità. E l’importanza della progettualità e della diplomazia, cioè capire cosa vuol dire avere a che fare con persone adulte. Infine, mi ha insegnato a cercare di vedere il positivo nell’altro e a camminarci fianco a fianco, per crescere insieme.

Ci dici con una parola cosa rappresenta per te il volontariato?
Aria fresca, perché stare con i ragazzi mi ricarica. Credo che in una società legata alle performance, in cui dobbiamo sempre correre e produrre, fermarci un attimo e guardarci intorno sia una boccata di aria fresca. Secondo me, il volontariato si può fare in due modi: provando a raddrizzare gli alberi cresciuti storti o provando a farli crescere dritti. Io ho sempre provato a farli crescere dritti e sani.

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