
Il volontariato ci sarà anche tra cent’anni. Ma servono più reti per essere efficaci
(da VDossier*) – L’Italia buona è dalla parte dell’associazionismo. L’essere umano è per sua natura sociale e, per diventare più incisivi, è meglio evitare personalismi e il procedere in ordine sparso. Il nostro dialogo per la serie “Volontari visionari” con Sauro Filippeschi, presidente di Cornelia de Lange.
Sauro Filippeschi è il presidente dell’associazione nazionale Cornelia de Lange, attiva per la tutela di tutte le persone affette dalla sindrome genetica rara Cornelia de Lange, e lavora come professore di Ingegneria dell’Energia all’Università di Pisa. Lo scorso gennaio, per il suo impegno, è stato insignito dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, conferito dal Presidente della Repubblica.
Partiamo dall’onorificenza al Merito da parte di Mattarella. Che percorso ha avuto?
È stato un fulmine a ciel sereno. Nel nostro caso è arrivato direttamente su iniziativa del Presidente, “motu proprio”. Ci hanno notato per le attività di rete, di sollievo, per il lavoro verso le famiglie e per i tanti progetti che portiamo avanti. Io però mi sento solo la punta. È un premio al lavoro di tante persone, non a una persona sola.
Guardando da una prospettiva distante il lavoro quotidiano dell’associazionismo, qual è oggi il maggior pregio del volontariato in Italia?
Il volontariato, mi sento di dire, rappresenta l’Italia buona. È un mondo fatto di persone che scelgono di impegnarsi non per interesse personale, ma per il bene della comunità. Spesso questa scelta nasce da esperienze di vita, come da storie familiari segnate dal dolore o dall’incontro con situazioni di fragilità. Da lì prende forma il desiderio di fare qualcosa di utile per gli altri. Perché la serenità del singolo è parte della serenità collettiva e della comunità in cui viviamo. In questo senso, il volontariato non è solo assistenza o organizzazione, ma anche partecipazione, relazione e costruzione di legami sociali.
E il suo difetto più evidente?
I difetti principali, riflettendoci, sono due. Nelle associazioni, il primo è nella difficoltà di coinvolgere le persone che non hanno un ruolo operativo. Spesso, infatti, il lavoro concreto resta nelle mani di poche persone, mentre il resto dei soci rimane più distante. Questo può generare stanchezza e, in alcuni casi, un progressivo impoverimento della partecipazione.
Un altro rischio, forse ancora più evidente, è il personalismo. Quando un’associazione finisce per identificarsi troppo con una singola figura, viene meno la dimensione corale. Per questo il ricambio dei vertici è fondamentale. Serve a portare ricambio, nuovi modi di pensare, così che l’associazione rappresenti davvero tutta la base.
Che cosa serve di più oggi al volontariato in Italia?
Lavorare per creare reti. Mi spiego. La riforma del Terzo settore ci ha fatto interrogare sul nostro ruolo e sulla nostra struttura. Molte associazioni erano nate come aggregazioni di persone di buona volontà. Ora, dopo la riforma, nonostante lo sforzo pesante, sono divenute più organizzate. Il problema oggi è che siamo tanti e spesso ci muoviamo in ordine sparso. Da una parte ci sono le istituzioni che hanno bisogno del volontariato. Dall’altra, però, la rappresentanza ai tavoli istituzionali nasce da dinamiche casuali: da chi è disponibile, da chi viene in mente, da chi si conosce. Si procede in ordine sparso, insomma. Occorrerebbe invece una maggiore organizzazione, un coordinamento che renda più facile trasferire buone pratiche, così da mettere a servizio delle istituzioni le migliori esperienze.
Che differenza c’è tra l’impegno della partecipazione politica e quello che si vive col volontariato?
Il fine può essere lo stesso. Chi si avvicina alla politica, almeno quando lo fa con spirito positivo, vuole incidere sulla comunità e migliorare la qualità della vita delle persone. La differenza è che oggi la politica viene vissuta molto di più come elemento divisivo. La si pratica con spirito comunitario, certo, ma in essa persiste una parte fortissima di contrapposizione. Nel volontariato questo accade molto meno: l’associazionismo a suo modo è più inclusivo. Chi vi si avvicina sa che non verrà giudicato a priori, senza portarsi dietro il peso di un’appartenenza. C’è anche un altro elemento: la politica nasce dentro una dinamica competitiva: vince uno, perde un altro. Nell’associazionismo la competizione esiste, per esempio sui bandi o sui finanziamenti, ma è molto più morbida. Anche perché non ci si gioca tutto con le elezioni ogni cinque anni, e la possibilità di partecipare ai progetti è piuttosto varia.
E fra vent’anni, se telefonassimo al volontariato, cosa ci racconterebbe?
Che c’è ancora. Fra vent’anni, fra trenta, fra cinquant’anni, magari avremo le macchine che volano o chissà quali tecnologie. Però non credo che sparirà il bisogno di vedersi, di passare del tempo insieme, di fare qualcosa uno di fianco all’altra per sentirsi utili al bene collettivo. L’essere umano resterà sempre un animale sociale e il volontariato ci sarà ancora, con le sue organizzazioni e disorganizzazioni, con la sua efficacia e i suoi limiti. Non siamo nati per stare da soli, siamo nati per stare in comunità. A riguardo, vorrei chiudere con il ricordo di una frase che mi ha detto il Presidente della Repubblica e che mi ha fatto riflettere molto.
Prego.
Quando, ricevuto l’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, ho ringraziato Mattarella, lui mi ha risposto: “Grazie a voi per i molti progetti che fate”. Poi ha fatto una pausa e ha aggiunto: “molti con successo”. Quella pausa per me è stata importante. È come se volesse dire: “grazie anche per averci provato”. Perché anche solo aver tentato è importante. Persino il fallimento, dentro un’associazione, può avere valore. Ci sono ambiti in cui la soluzione non c’è, o in cui l’esito è quasi scontato. Penso a chi lavora negli hospice e accompagna persone che sanno di morire, eppure quel lavoro viene ricordato come qualcosa di eccezionale. Non perché cambia l’esito finale, ma perché conta la volontà di stare vicino, di impegnarsi, di esserci. Finché ci sarà qualcuno che ha voglia di mettersi in gioco, qualcosa di positivo continuerà a nascere.
*Articolo pubblicato sulla rivista VDossier, per la rubrica “Volontario visionario”.





